andriy shevchenko milan

LOBANOVSKYI SCOPRE SHEVCHENKO

Valeriy Vasylyovych Lobanovskyi, ingegnere idraulico, non allena calciatori: allena soldati. Nei primi anni ’70, in piena Guerra Fredda, alimenta addirittura i sospetti del KGB, quando ordina alcuni grossi calcolatori, rarissimi oltre la Cortina, per migliorare la preparazione delle partite. Ma è tranquillo con la propria coscienza: qualunque cosa, compresi schemi e movimenti dei giocatori in campo, può essere tradotta in dato numerico, analizzato e di conseguenza ottimizzato in allenamento: è questa la strada da percorrere per rendere vincente l’ideale socialista di calcio collettivo senza individui. Ha ragione. O almeno in parte. La conquista, con la Dinamo Kiev, della Coppa delle Coppe 1975 e soprattutto della Supercoppa Europea ai danni del Bayern Monaco di Beckenbauer, convincono infatti anche il Soviet, che decide di affidare a Lobanovskyi la panchina della nazionale. Una nazionale forte, ma con poca fortuna, guidata a più riprese fino alle soglie degli anni ’90, annientata definitivamente da Van Basten prima e dalla storia poi.

Crollato il muro e, poco dopo, tutto l’apparato del socialismo reale, Valeriy Vasylyovych Lobanovskyi si trasferisce per qualche tempo in Medio Oriente. Non è la stessa cosa. Dei soldati, in quei paesi, si occupano ben altre autorità. All’ingegnere restano pochi dilettanti, a suo dire anche svogliati. Dopo sei anni, è ormai tempo di tornare.

La Dinamo Kiev che accoglie Lobanovskyi nel 1996 è una squadra ringiovanita, alla quale non si chiede più di ripetere i fasti dei decenni precedenti, ma soltanto di crescere al meglio. Il mondo là fuori è cambiato, eppure l’ingegnere è ancora convinto della bontà dei propri metodi. Glasnost’ rimane perciò fuori dai campi d’allenamento; stagione dopo stagione, i ragazzi vengono trasformati in un esercito quasi perfetto. È in particolare uno di loro ad incarnare lo spirito del maestro, stranamente il più talentuoso di tutti: Andriy Shevchenko. Occhi di ghiaccio, concentrazione robotica, intelligenza tattica iper-sviluppata. Letale davanti alla porta. In coppia col gemello Rebrov, Shevchenko è il trascinatore di una squadra capace, in quel periodo, di maltrattare il Real Madrid campione in carica e addirittura annichilire il Barcellona di Van Gaal, spingendosi, per due anni consecutivi, alle soglie della finale di Champions League, impedita soltanto dalla Juventus di Lippi e Zidane e dal Bayern finalista 1999. L’ingegner Lobanovskyi a questo punto sa di non poter fare altro: a ventitré anni, Andriy è destinato a partire. Ma ancora una volta si sente tranquillo con la propria coscienza: chiunque lo acquisti infatti, avrà tra le mani un perfetto soldato; un uomo glaciale che pensa se stesso solo all’interno del collettivo, al quale porta diligentemente in dote caterve di reti.

shevchenko al milan

SHEVCHENKO AL MILAN

In effetti, è ciò a cui assiste il Milan dopo essersi assicurato Shevchenko nell’estate ’99. Le prime tre stagioni sono chirurgiche: 80 gol in 132 partite, molti dei quali ad avversari storici e di prestigio (e onestamente mi chiedo ancora come gli sia venuto in mente quel tiro impensabile contro la Juve). Le vittorie però non arrivano e ci si chiede in che direzione stia andando il Milan, sempre a metà tra partite eccezionali e prestazioni discontinue. Carlo Ancelotti è uomo diverso da Lobanovskyi e sta in realtà plasmando, senza che i più se ne accorgano, una delle migliori squadre del decennio. E quando arrivano Nesta, Seedorf e Rivaldo ad aggiungersi ai vari Maldini, Rui Costa, Pirlo, Inzaghi e Gattuso è ormai tempo di scoprire le carte. Dal canto suo, Shevchenko continua a segnare, ma lo fa pian piano in modo diverso. Quel carico immane di classe dietro di lui rende le cose inaspettatamente più semplici e più spettacolari; nel calcio del soldato perfetto si fa strada un nuovo elemento: il divertimento. E la cosa forse più sconvolgente è che, insieme, arriva anche la grande vittoria.

IL RIGORE DI SHEVA A MANCHESTER

Manchester, 28 Maggio 2003. Dopo un confronto estenuante il Milan si aggiudica, ai calci di rigore, la Champions League, in una finale tutta italiana contro la Juventus. Andriy Shevchenko, incaricatosi dell’ultimo tiro dal dischetto, spiazza Buffon in quello che è, a mio parere, il vero plot twist dell’uomo-soldato. La gioia incontenibile di quel momento, unita alla forza e alla bellezza di una squadra in cui ciascuno rappresenta una porzione insostituibile di talento, determinano infatti la nascita di un campione nuovo, completamente diverso nello spirito, che gioca e segna allo stesso modo, ma lo fa ora per amore di una maglia, di una città e forse anche di un paese che ha saputo infine sciogliere i suoi occhi di ghiaccio.

shevchenko rigore manchester

C’è tutto questo nel momento in cui Andriy Shevchenko depone la coppa appena vinta sulla tomba dell’ingegnere-maestro Lobanovskyi, scomparso l’anno prima. C’è la gratitudine, ma c’è anche l’indipendenza, la libertà conquistata con la scoperta della gioia assoluta che il calcio può dare, soprattutto in una squadra così. Sempre in questo senso, mi commuove ancora la conferenza stampa d’addio al Milan qualche stagione dopo, ormai da leggenda del club. L’imbarazzo, la polo azzurra, la difficoltà di fissare la telecamera, le lacrime che trattenute strenuamente a ogni domanda per una decisione tanto assurda da dover essere continuamente ribadita per convincersi che è vera. Il soldato è sparito, l’uomo ha imparato l’amore. È troppo tardi. Amor, ch’a nullo amato, amar perdona.

shevchenko lobanovskyi
SHEVCHENKO OGGI

Negli anni successivi, ho rivisto il vero Shevchenko solamente in un’altra occasione. Aveva la divisa gialla dell’Ucraina, ma per quei 90 minuti è stato ancora, per l’ultima volta, il soldato divenuto uomo per amore; capace, a 36 anni, di annullare, con due gol dei suoi, Ibrahimovic e tutta l’insensatezza del calcio di questi tempi.

Oggi, nel giorno del suo quarantesimo compleanno, tutto quel che posso fare, in fondo, è completare la terzina: …mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Nonostante tutto, sono quasi sicuro che avrebbe fatto lo stesso anche Valeriy Vasylyovych Lobanovskyi, ingegnere idraulico.