Ho sempre creduto che nel mondo del calcio ci fosse brava gente, anche gli arbitri, una categoria che ho sempre difeso. “L’arbitro”, dicevo, “sbaglia” perché non è stato capace di vedere quello che succedeva in campo, non perchè mi voleva frega’ i punti”. L’arbitro in gamba è quello che sbaglia di meno, non quello che non sbaglia mai, che non esiste. Ho sempre creduto che ci fossero arbitri bravi proprio come accade tra gli allenatori. Il resto sono cavolate che ci inventiamo noi per giustificare le sconfitte. Ma mai avrei potuto pensare che dietro l’uso del fischietto ci fosse premeditazione, immaginare che con le sue decisioni un arbitro potesse volontariamente farmi perdere la partita.

Questa è la mia filosofia: la filosofia della buona fede. Ai miei giocatori durante tutta la mia carriera ho ripetuto sempre le stesse frasi, come una litania: “L’arbitro deve fa’ l’arbitro”. Niente proteste, tanto c’abbiamo solo da rimetterci. Preoccupatevi di giocare. E’ troppo comodo, quando si vince, dire che semo stati bravi e quando si perde dare tutta la colpa all’arbitro. Ricordatevi che quello dell’arbitro è un mestiere difficile…” Con gli arbitri ho avuto un ottimo rapporto. Dalla panchina io mi alzavo spesso e allora c’era chi mi faceva lo sconto e chiudeva un occhio; qualcun altro che invece mi invitava a restare seduto e qualcun altro ancora che di sconti non me ne faceva affatto.

Ad esempio, l’arbitro Farina, che mi espulse nel finale della partita d’andata dello spareggio per la salvezza tra Parma e Bologna nel giugno del 2005, negandomi la possibilità di essere in panchina nel delicatissimo incontro di ritorno. Ero entrato in campo perché stava succedendo un parapiglia, in prima fila c’era l’allenatore del Parma, Carmignani. Mi presi il cartellino rosso senza motivo, insieme allo stesso Carmignani. Non avevo detto nulla di offensivo né compiuto gesti riprovevoli.

Sono sempre stato un cane sciolto. Avanti tutta, come un navigatore solitario. Mai avuto padrini, né sponsor.

Mai fatto parte di lobby di potenti dirigenti, mai goduto del favore dei giornalisti condiscendenti o di raccomandazioni. Se ho ottenuto qualcosa lo devo a me stesso, alla mia determinazione e alla passione che ho messo nella mia carriera. E sono orgoglioso di essere un grande professionista e un uomo perbene. Bravo Carletto (a dirmelo è il mio “fratello gemello”…)

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Ogni panchina per me è una grande passione, anzi: un matrimonio. “Dove ho allenato, ho sposato”, questo è il mio motto. Nel senso che quando mi spostavo in una città, ne sposavo la causa calcistica, ne abbracciavo la fede, mi innamoravo pazzamente di quel gruppo, di quel luogo, di quei tifosi. Ogni volta per me quella era “la migliore delle squadre possibili”. Ad esempio Lecce. Ci sono stato quattro anni, dalla metà del campionato 1985/86 in avanti. Il primo anno arrivammo fino agli spareggi per la promozione, l’anno dopo vincemmo il campionato di serie B, poi due anni in serie A. Una bella città, Lecce, ho capito perché la chiamano “la Firenze del Sud”. Mi piaceva passeggiare per le strade la sera tardi. Uscivo dal mio albergo e camminavo a lungo, per rilassarmi e pensare ai fatti miei.

Mi conoscevano ed ero amico di tutti, mi salutavano sempre con un sorriso. E poi lo stadio di Lecce: quando entravo e mi guardavo attorno, avevo l’impressione di essere ad Ascoli, forse perché era quello stadio, il “via del Mare” era stato costruito da Rozzi. Al medico di squadra, Peppino Palaia, un amico fraterno, sarò sempre riconoscente insieme a tutta la mia famiglia perchè, con una diagnosi tempestiva ed esatta, ha salvato la vita di mia moglie.

Andarsene da Lecce fu un piccolo dolore. Un pezzetto del mio cuore è rimasto là. Come è avvenuto a Catanzaro, Cagliari, Brescia, Napoli, Bologna. Così, a questo punto della mia vita, se mi ritrovo ad avere tanti amici in giro per l’Italia, da Nord a Sud, vuol dire che ho seminato bene. E devo ringraziare tutti quelli che mi hanno regalato il loro affetto, anche quando i risultati non arrivavano. Perché l’allenatore è prima di tutto un uomo che ha bisogno di sentire calore e fiducia. Per chi non lo ha provato, è forse impossibile immaginare il magone che ti prende quando le cose vanno male; e la gioia che invece ti invade quando gli sforzi vengono ripagati dai risultati, quando i sacrifici si traducono in vittorie.

A prescindere però dai risultati, mi posso vantare di aver sempre avuto i rapporti sereni nel mio ambiente di lavoro. Con i presidenti delle varie società sono andato d’accordo, li ho rispettati e in cambio non ho mai subito ingerenze. Forse è uno dei vantaggi di un carattere come il mio, dei miei modi diretti, della mia abitudine a parlare chiaro, della mia incapacità di nascondermi dietro ipocrite frasi di circostanza. Tutti i miei presidenti sapevano sempre con chi avrebbero avuto a che fare. Patti chiari, amicizia lunga. E nessuno ha mai cercato di intromettersi nelle mie scelte, neanche quelli ritenuti tra più invadenti.

Massimo Cellino del Cagliari, per esempio, viene oggi considerato un “mangia-allenatori”, mentre con me è stato l’opposto. Stessa storia con Luciano Gaucci a Perugia: franchezza, lealtà e mai nessuna ombra. Come anche con Giuseppe Gazzoni Frascara a Bologna. Anche se durante quel campionato 1998/1999 stavo per andarmene sbattendo la porta perchè qualcuno non era contento che fossi lì… non ero gradito da qualcuno.

Dalla Sampdoria arrivò Beppe Signori. Mi era giunta all’orecchio la voce che ci sarebbe stata la possibilità di prenderlo in prestito, ne parlai con Gazzoni Frascara che mi disse subito di sì. Un ragazzo semplice, sereno e pieno di entusiasmo, che a Bologna ritrovò se stesso e riprese a fare gol. Molti gol. Anche in Europa. Gli dicevo scherzando: “Sei bravo in campo e fuori, peccato che sei “laziale”… ma nella vita non si può avere tutto e comunque… te vojo bene lo stesso”. Era stato dato per finito e invece la sua carriera si riaccese, al punto che rimase a Bologna fino al 2004 segnando 67 reti. In un’intervista Signori ha espresso riconoscenza nei miei confronti: “Mazzone per me è stato quasi come un padre, mi ha accolto molto bene, mi ha responsabilizzato e dato fiducia. Era più uno psicologo e aveva la grande dote di far dare a ogni giocatore il 110 per cento, cercando di tenere tutti sulla corda.

Certo non te le mandava a dire. Quando c’era una sconfitta diceva: “Ahò, ma che so’ ‘ste facce?” E magari quando si vinceva e ci vedeva contenti, diceva: ” E’ inutile che siate felici perché abbiamo vinto. Se la prossima volta giochiamo così, non vinciamo più. Era uno che cercava di sdrammatizzare nei momenti difficili e nei momenti di grande euforia riusciva a smorzare gli entusiasmi. Ricordo che appena arrivò ci disse: ” Ascoltate, voi qua siete in ventisei, io faccio fatica a capire ventisei teste, facciamo una cosa più semplice: che voi ventisei cercate di capire me”. Questo, secondo me, è l’emblema del suo pensiero, dovevamo andare dietro al nostro punto di riferimento, che era lui”.

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Insieme ci prendemmo la soddisfazione di vincere l’Intertoto, di arrivare alla semifinale della Coppa Uefa (non era mai accaduto nella storia del Bologna) dopo aver sconfitto squadre del calibro dello Sporting Lisbona, dello Slavia Praga, del Betis Siviglia, e del Lione. In quella semifinale ci fermò l’Olympique Marsiglia: all’andata in trasferta fu 0 a 0, al ritorno pareggiammo per 1 a 1 con un rigore dubbio per i francesi a tempo quasi scaduto. Il colmo della sfortuna. Un giornalista transalpino dopo quella sfida scrisse: “Mazzone è troppo sincero per essere capito”. Una frase dal significato sibillino, quando ci ripenso mi domando: “Che avrà voluto di’?” Il campionato si chiuse in maniera trionfale con la doppia vittoria per 2 a 1 sull’Inter nello spareggio per accedere alla Coppa Uefa dell’anno successivo. Ma la mia decisione era già stata presa, salutai tutti e scelsi di andare a Perugia.