Ho conosciuto tante persone nel mondo dello spettacolo, tanti grandi della musica, ma fra tutti c’è un episodio che ricordo con grande piacere, forse perché totalmente imprevedibile e quindi inaspettato. Un giorno ricevo una telefonata: “Pronto, sono Adriano Celentano, posso parlare con Carlo Mazzone?” Era il 1999 e Celentano voleva invitarmi al suo nuovo programma che andava in onda su Rai Uno, in prima serata. Ne fui felice, ma non riuscivo bene a capire il senso di quell’invito, tanto che gli ho domandato: “Scusa Adriano, ma perché chiami me?“.

«Perché tu sei rock»
«Rock? E che significa?»

Nella mia vita mi avevano detto tutto e il contrario di tutto ma, fino a quel momento, «sei rock» non me l’aveva detto mai nessuno.

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Il programma si chiamava “Francamente me ne infischio” e ottenne uno straordinario successo di pubblico e di critica. Già nel titolo era implicito il gusto della sfida che Celentano traduceva nella scelta degli ospiti anche di livello internazionale, ma del tutto inconsueti per il piccolo schermo ed estranei alle sue logiche. Proprio come me.

Apprezzavo molto Celentano ma, nonostante le insistenze della mia famiglia, declinai l’invito. Non è che volessi farmi pregare, il fatto è che io facevo un altro mestiere. E ho sempre pensato che un allenatore non deve fare il personaggio, l’allenatore di calcio deve cercare di vincere le partite e far diventare calciatori degli uomini. La mia concentrazione era rivolta alla squadra e alla società. Tutto il resto, tutto il contorno, non mi interessava e non ritenevo fosse importante per il mio lavoro. Per questo non ho mai fatto niente per cercare visibilità, sono gli altri che mi hanno fatto diventare un personaggio.

E quindi la mia filosofia mi imponeva di declinare questo genere di offerte. Tanto che rifiutati pure la proposta del direttore di Rai Uno, Fabrizio Del Noce, che voleva che partecipassi come ospite a Sanremo, e nel tentativo di convincermi mi informò che avrei ricevuto un cachet. Non sapeva che per me quello era un dettaglio irrilevante, la questione era diversa: se avessi accettato una volta, per correttezza avrei dovuto accettare sempre. O tutti o nessuno. E per me sarebbe finita, sarei rimasto stritolato da quel meccanismo.

Quando ho smesso di allenare, poi, molti mi hanno proposto di fare l’opinionista in TV, di commentare in diretta le partite del campionato e della nazionale, ma anche questo ruolo non m’apparteneva e non mi appartiene. Ho un grande rispetto, ma non riesco a condividere chi commenta e giudica il lavoro di altri colleghi, non mi sembra una cosa gradevole. Soprattutto perché noi sappiamo bene cosa c’è dietro ad una vittoria, una sconfitta, dietro uno scatto di nervi. Conosciamo meglio di chiunque altro le tensioni e lo stress che si vivono in campo e non è mai piacevole, dopo quei 90 minuti di passione, subire il giudizio e le valutazioni da parte di ex calciatori o ex allenatori che hanno alle spalle anni di calcio vissuto, ma una volta passati dall’altra parte, dalla parte del calcio “parlato”, sembrano aver dimenticato come si stava in trincea.

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Ripeto non è che – come si dice a Roma – “vojo fa’ il prezioso”. Per carità. Vorrei che fosse ben chiaro e ci tengo a ribadire che la mia non è una forma di snobismo o addirittura una questione economica, visto che rifiuto soprattutto gli inviti in cui è previsto un gettone di presenza. Se vado, è perché in quel momento mi sento in forma e l’argomento mi stuzzica.