ATTO III
Grace Under Pressure (perché, alla fine, Godot è arrivato)

Scena Prima. Occhi al cielo, Esterni vari, 2001 – 2003

Il cielo di febbraio è ancora un cielo freddo, invernale. In nessun modo lascia presagire la primavera. Eppure, a uno sguardo più attento, è possibile notare una luce diversa, non più muta e bianca come quella dei giorni delle gelate. È una luce che spinge, che incomincia a farsi largo nelle giornate, togliendo pian piano spazio alla notte.

Non conosco il Febbraio della marca trevigiana, né il preciso momento dell’anno in cui Gino Del Piero fosse solito rimontare le lampadine sui tralicci delle viti per illuminare il campetto del piccolo Alessandro, che tornava a giocare dopo l’inverno. Quel pomeriggio però era come se lo avesse fatto. Anche nella tristezza livida del volto di Ale in panchina. Anche se se n’era andato solo qualche giorno prima. Quel pomeriggio di febbraio era il termine della notte e Alessandro Del Piero lo sapeva: palla sulla fascia sinistra, corsa verso l’area di rigore, doppio passo a disorientare Neqrouz, pallonetto sul portiere in uscita. Tutto facile, naturale, quasi ovvio. Come ai bei tempi. Solo gli occhi sono diversi: prima, per un attimo, rivolti al cielo; poi serrati, per urlare ancora più forte tutto il dolore. Il Signor Godot è finalmente arrivato.

alex del piero goals

Pippo e Zizou lasciano dopo anni di grandi successi. Al loro posto, nuovi compagni d’armi e un vecchio generale pronto a ripetere l’impresa. Ale, non più Godot né Pinturicchio, finalmente capitano. Finalmente se stesso. Altre vittorie. La dedica a un secondo padre.

E pazienza per quella coppa lasciata a Sheva.

Scena seconda. Grace Under Pressure.

Una volta Dorothy Parker chiese ad Ernest Hemingway: «cosa intendi esattamente per “coraggio”?». Lui rispose: «Intendo dire: mantenere l’eleganza nelle difficoltà».

La traduzione è mia, ma mi rendo conto che l’inglese suoni meglio. Possiede infatti quella sobrietà, quella parsimonia di gesti e argomentazioni che ad Alessandro non sono mai mancate, nemmeno nei momenti più duri. Panchina? Non è un problema. Critiche? Le smentirà il campo. Serie B da campione del mondo? Benissimo. Al massimo, sfugge una linguaccia. Ma è normale dopo l’ennesima punizione all’incrocio dei pali. Dopo l’ennesimo scudetto.

alex del piero bernabeu

Infine, l’applauso del Bernabeu. Lo confesso: è un discorso che inizia a stancarmi. Non perché non lo meritasse, intendiamoci. Piuttosto, sono infastidito dal fatto che si tenda a ricordare solo quello, dimenticando ciò che invece dovrebbe davvero restare, conservarsi nei cuori prima ancora che nella memoria. Sto parlando, ovviamente, dell’inchino di Alessandro Del Piero al pubblico. Un gesto lieve, appena accennato, eppure così netto. In quell’inchino è racchiusa tutta una carriera. Ci sono gli ostacoli e i dolori; le vittorie e le sconfitte; i gol meravigliosi e le critiche feroci; l’umiltà e l’orgoglio. In quell’inchino c’è l’innata ed irripetibile eleganza del corpo e del pensiero: non siete qui per me; io sono qui per voi.

Epilogo. 1997 – eternità

Un bambino di dieci anni, la sua quinta videocassetta di JuveCentus. Il nastro ormai consumato, l’odore rassicurante della custodia di cartone. Ferruccio Amendola, o meglio la sua voce: «… Del Piero, e quel 10 che più che un numero sembra un voto».

Il bambino schiaccia il pulsante reverse sul videoregistratore. Riascolta quella frase.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Per sempre.