Chi è troppo giovane non può ricordarselo, ma se tutto fosse andato come doveva andare – com’era soprattutto lecito e realistico aspettarsi che andasse – la Supercoppa Europea del ’98 sarebbe stata un affare tra Vicenza e Juventus. Tra Zauli e Zidane. Non credo si debba aggiungere altro.

Il Vicenza non ripeterà più i fasti di quel biennio, mentre la carriera di Zauli regalerà ancora sprazzi di classe purissima, in un continuo saliscendi tra A e B e qualche infortunio di troppo. Bologna, Palermo, Sampdoria, di nuovo Bologna. Perlomeno, quel 10 – meritatissimo – sulle spalle.

Si potrebbe essere tentati di dire che quella di Zauli sia stata una carriera anonima. Di sicuro la luce dei riflettori era lontana, ma credo che finiremmo per esprimere un giudizio affrettato. Lamberto Zauli ha infatti incarnato, né più né meno di altri illustri colleghi, un modo irripetibile di pensare e fare calcio. Una stagione indimenticabile, fatta di piedi buoni e meditazione, che ha caratterizzato gli anni al volgere del millennio ed è stata cancellata subito dopo.

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Quella via tutta italiana all’idea di bel gioco che, innamorati com’eravamo, ci illudevamo sarebbe durata per sempre.