L’italiano è indubbiamente una lingua complessa. Nata sulla base del volgare fiorentino, si è poi sviluppata come idioma autonomo grazie all’opera dei poeti – segnatamente Dante, Petrarca e Pietro Bembo – i quali hanno saputo farne, con ogni probabilità, la più nobile discendente dell’antico latino, prima inter pares tra le lingue romanze proprio in virtù della sua letterarietà intrinseca.

Michael Schumacher non ha mai imparato veramente l’italiano. Quei pochi grappoli di parole farfugliate di tanto in tanto verso la fine dei suoi dieci anni da ferrarista non possono certo ingannare. Ricordo bene che per tutti noi tifosi questo era un piccolo cruccio. Piccolo, ma costante. Un fastidioso impedimento ad un amore che voleva essere totale. Ci sembrava che Michael cercasse, in qualche modo, di mantenere una certa distanza. E non lo accettavamo. Ma come? Tutta la scena del direttore d’orchestra sul podio quando suona il nostro inno e poi non vuoi parlare con noi? Cos’è, devi fare a tutti i costi lo sborone?

Ripensandoci oggi dopo tanto tempo, mi accorgo che la soluzione – come spesso accade nei ritratti e nelle storie dei grandi campioni – sta in un paradosso: l’amore di Michael, il suo modo di esprimerlo, si dava proprio in quella distanza. Una distanza umana, in cui a volte si confondevano gli opposti: timidezza, arroganza, chi lo sa. Del tutto diversa da quella più mistica, quasi ascetica, dell’avversario e homo sacer Ayrton Senna. Una distanza reale, quasi materiale. Misurabile.

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Prima di tutto, in pista. Certo, ognuno di noi ricorda il primo Schumi come un lottatore, a tratti quasi un attaccabrighe, in ogni caso sempre pronto al corpo a corpo, non solo sull’asfalto. Gli anni della Benetton insieme all’ultimo Piquet e contro Senna sono stati proprio questo. E sono stati anche i primi due titoli iridati strappati a Damon Hill, dopo la tragica scomparsa di Ayrton.

Credo però che Michael Schumacher sia diventato pienamente se stesso solo quando ha imparato a tenere a distanza. Pressioni, avversari, sentimenti. Il proprio amore e quello degli altri. Gli anni della Ferrari si possono riassumere in tanti modi; io scelgo quello che ha a che fare col duro apprendimento di questo autentico pathos della distanza.

Non è stato facile, soprattutto all’inizio. Una scuderia leggendaria delusa da un tempo esatto e per questo ancora più esagerato: 1979, ultimo Mondiale piloti conquistato da Jody Scheckter. I rivali di Williams e McLaren e la sensazione che correre per loro sarebbe più facile, tecnicamente e mentalmente. Infine un paese bellissimo, ma troppo difficile da capire.

Il 1996 è a tutti gli effetti un anno di transizione, chiuso al terzo posto e impreziosito dai due successi consecutivi a Spa e Monza. La musica sembra cambiare l’anno seguente: la Ferrari F310B progettata dai nuovi tecnici Rory Byrne e Ross Brawn è meno veloce della Williams, ma più affidabile; lo strepitoso hat-trick di Magny-Cours – pole position, giro veloce e vittoria – permette a Michael di conquistare la vetta della classifica piloti, mettendo seriamente le mani sul titolo. Ma la lezione della distanza non è stata ancora assimilata del tutto e a Jerez de la Frontera Schumacher ne paga drammaticamente le conseguenze: Jacques Villeneuve cerca il sorpasso all’esterno della Dry Sack; il pilota della Ferrari, sorpreso dall’attacco, chiude lo spazio all’ultimo momento provando, di fatto, a sbatterlo fuori pista. Ha la peggio. Viene anche squalificato per comportamento antisportivo. Il Mondiale piloti va a Villeneuve.

Nel biennio 1998-2000 la Williams sperimenta nuove soluzioni tecniche e motoristiche che si riveleranno poco felici, fino a estrometterla del tutto dalla lotta per la vittoria. Ma non è ancora il momento della Ferrari: le frecce d’argento di Ron Dennis e Adrian Newey – quelle stesse McLaren che avevano dominato gli anni ’80 e i primi ’90 – sono tornate e sono semplicemente troppo forti.

A rendere interessanti i Gran Premi, nonostante il divario tra le monoposto, ci pensano però Schumacher e il suo più grande rivale non ci fosse stato Senna, ovvero Mika Hakkinen. Pilota veloce, intelligente, pulito nella guida e soprattutto tremendamente costante. Capace della stessa distanza. Penso al sorpasso impossibile su Michael in Belgio, durante il doppiaggio di Zonta. Penso al pianto in diretta, a Monza, nel 1999 dopo l’errore in scalata che lo costringe al ritiro. Un gigante.

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Dopo il 2001, Michael Schumacher non avrà più un rivale come Hakkinen, nessuno in grado di sfidarlo sulla precisione, la costanza, la classe. Soprattutto, nessuno capace di condividere con lui il senso della distanza. Al di là dell’attesa snervante, data anche dall’infortunio di Schumacher a Silverstone; al di là della festa e delle parrucche rosse, credo infatti che i primi due mondiali vinti in Ferrari siano speciali proprio perché, in qualche modo legati, forse addirittura dedicati, a Mika Hakkinen, enorme rivale e, al tempo stesso, ciò che di più simile a un amico Michael abbia trovato su un circuito di Formula 1.

Tutto quello che succede negli anni successivi è la pienezza di Schumi. Ripeness is all, come scriveva Shakespeare nel Re Lear. E di “ripeness” vi prego di apprezzare la sfumatura di significato: “maturità”, certo. Prontezza. Ma nel senso, un po’ meno scontato, di “completezza”. Un intero compiuto in se stesso, staccato dal resto, capace di vincere un GP anche con 4 soste.

Dal 2002 al 2004 si susseguono tre monologhi di Michael Schumacher, identici e perfetti. Quel che c’è fuori dall’abitacolo resta lontano e ovattato; dentro, solo il rumore e qualche vibrazione del V10 Ferrari. Interviste rigorosamente in inglese, come fossero comunicazioni qualunque dopo ogni vittoria. Quasi meglio Jean Todt. Unico segno apparente di umanità, il gradino più alto del podio lasciato simbolicamente al compagno di squadra Barrichello, dopo un assurdo ordine di scuderia in Austria.

Distanza.

Come ho detto, a ripensarci oggi quello della distanza risulta un paradosso, ed è esplicativo proprio in quanto tale. La distanza è stata pratica dura, appresa col tempo, passata attraverso sconfitte e delusioni. Eppure è stata anche forma d’amore, in grado di depositare la particolare fisionomia di Michael in ognuno dei nostri cuori. Mento sfuggente compreso.

Riandando con la mente alla storia di Schumacher mi rendo allora conto che la sua lunga e vittoriosa carriera non è stata altro – in fondo – che un’immane impresa per appropriarsi dell’umana debolezza, del dubbio incessante, della necessità di rinnovare continuamente la domanda su se stessi. Essere maturi – essere pronti – è tutto, diceva Shakespeare. Ma questo non c’entra niente con la perfezione, anzi rasenta il suo opposto.

E allora credo che ciascuno di noi, infine, abbia amato ugualmente Michael proprio perché sapeva, in cuor suo, che quella distanza era maturità. Era debolezza. Era imperfezione. Era amore. Era tutto.