Il Grande Torino di Valentino Mazzola, in mancanza dell’attuale Champions League, non riuscì a ottenere vittorie internazionali così eclatanti da chiarire la sua superiorità assoluta europea.

Il Torino di Radice, dopo lo scudetto 1976, andò a cozzare contro il progresso del calcio continentale, che praticava, già da tempo, quanto importato dai granata in campo nazionale. Finalmente, nel 1992, può arrivare il riconoscimento atteso da sempre, perché, liquidati Reykjavik, Boavista, AEK, Boldklubben e Real Madrid, la finale di Coppa Uefa è Torino-Ajax.

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La squadra di Borsano, Moggi e Mondonico è un complesso che si allontana, almeno in parte, dalla tradizione arrembante del club, perché abbina ai valori agonistici sofisticate qualità tecniche. Se in difesa ci sono Annoni e Bruno, depositari del “tremendismo” torinista, a centrocampo e in attacco troviamo la vena artistica di Scifo, Martin Vasquez, Venturin, Lentini e Casagrande.

Sul fronte opposto, è Van Gaal il cerimoniere di una formazione nella quale sono in tanti a transitare sulle strade di casa nostra, come Jonk, Bergkamp, Winter, Van’t Ship e Roy. Il 29 aprile, al Delle Alpi, si verifica un preoccupante 2-2, e il 13 maggio eccomi inviato della TGS radiofonica ad Amsterdam: fra i colleghi Simona Ventura, giornalista di Telemontecarlo.

Il Torino è vivo, e in una partita stregata, come solo al Torino può accadere, si registrano un rigore negato, e tre pali colpiti, qualcosa che grida vendetta oltre i limiti del malocchio. Mondonico, lontano dalla panchina per stare ai bordi del campo, alza la sedia sulla quale è appoggiato, e diventa l’icona della sfida granata contro il destino, una lotta impari, ma eterna.

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Per tutto l’incontro, lavoriamo in una tribuna-stampa non presidiata dalla polizia, in cui si affacciano ragazzotti poco raccomandabili, ubriachi e inferociti con gli italiani. Uno di loro aspetta gli ultimi secondi del match, che finirà 0-0, e consegnerà il trofeo all’Ajax, per minacciare Simona Ventura: nessuno dei colleghi muove un dito per difenderla.

Io che, contrariamente alle apparenze, sono viscerale al cospetto della prepotenza, alzo le mani su di lui, e ci strattoniamo un po’, ma senza gravi conseguenze.

Quando sto per scendere, lo sento sbraitare ancora contro di lei, e appesantito da una voluminosa radiotrasmittente, ignorando una scala, cado come un sacco di patate al suolo. Sento il giovane ubriaco ridere all’impazzata, vorrei tornare su, e sbranarlo, ma penso che devo lavorare, e che non è il caso di continuare a fare l’eroe, perdendo minuti preziosi.

Sono contento che, 11 anni dopo, Simona Ventura, divenuta show-girl, si sia ricordata del gesto di cavalleria di quella sera, e mi abbia voluto per qualche settimana nella sua trasmissione.