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ROBERTO BAGGIO E IL TEMPO: UNA LEZIONE DAL BUDDISMO

Nella filosofia vedica e poi buddhista, samsara rappresenta il ciclo della vita terrena, fatto di continue rinascite, sia pure nella sofferenza delle passioni. Istanti in cui il tempo ricomincia per poi fermarsi e, subito dopo, riprendere ancora. In eterno.

Come in quell’estate del 2000.

La cosa che più mi stupì fu il codino riccio e lungo. Lo ricordo bene. Somigliava incredibilmente a quello degli anni migliori. Gli anni dei dribbling impensabili a tutta velocità. Della pioggia di goal, uno più bello dell’altro. Gli anni delle coppe e del Pallone d’Oro, addirittura dalle mani di Le Roi. In quell’agosto rovente di delusioni appena consumate, sembrava che Roberto Baggio avesse in qualche modo voluto fermare il tempo. A trentatré anni non era certo tardi, e pazienza per qualche ricciolo bianco. Del resto, Carletto Mazzone è uno all’antica, cui importano ben altre cose.

Non era la prima volta.
Credo che Roberto Baggio abbia avuto fin dall’inizio un rapporto piuttosto complesso col tempo. A tratti tormentato. Non è facile quando a diciotto anni si parla già di te, e Maradona è ancora Dio; non è facile soprattutto se poi il tuo ginocchio va in pezzi e nessuno sa darti la certezza che, da lì in avanti, camminerai senza zoppicare. In quel momento, il tempo di Baggio – il tempo che per ognuno di noi a quell’età dovrebbe essere fatto soltanto di futuro – si era fermato, e poteva essere per sempre. Mi domando, a volte, se non abbia mai immaginato una vita diversa. Magari un lavoro in paese, la partita dei bambini al sabato: una vita senza codino. Ma ciò che decise di fare fu più semplice e più coraggioso: giocò la sua prima stagione in Serie A in stampelle, totalizzando zero presenze e zero reti.
Sappiamo tutti quello che è successo dopo e sono sicuro che saremmo bravissimi a ricostruire e mettere in fila ogni annata calcistica di Roberto Baggio. Mi assilla però il pensiero che il tempo di Baggio sia stato profondamente diverso. Lo vedevi nei suoi occhi prima di calciare le punizioni. Il tempo si fermava e dopo cominciava un’altra storia, fino al prossimo istante. Come quella volta, a Verona: un tiro impossibile, un altro col piede sbagliato. Due goal come due macigni. E arrivederci alla prossima.

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L’ETERNO RITORNO DI BAGGIO

Credo che Roberto Baggio avesse intuito già a diciott’anni questa singolare curvatura della propria esistenza. Di sicuro gli dev’essere costato accettarlo, ma, a mio modo di vedere, questa è stata anche la sua vera forza. Chi altri avrebbe mai potuto sopportare che il primo nome della storia sulla maglia numero dieci della Juventus fosse quello di un ragazzino e non il suo?
Ma era giusto così e Roberto, come ogni altra cosa, doveva averlo sempre saputo.

«Voglio imparare sempre di più a vedere il necessario nelle cose come fosse quel che v’è di bello in lorocosì sarò uno di quelli che rendono belle le cose. Trasformare ogni così fu in un così volli che fosse!»

Sono parole che Friederich Nietzsche scrisse sul finire dell’800, ma credo descrivano molto bene il modo di vivere di Roberto Baggio. La fiamma inestinguibile della sua classe eterna e, insieme, quella tranquillità data da una fede incrollabile. In se stesso, certo; ma, paradossalmente, anche in un mondo che è sempre parso poco generoso nei suoi confronti. Poi è vero: c’era l’amore della gente, spesso incondizionato. Credo però che Baggio sia stato amato così intensamente soprattutto per questa sua forza particolare: la capacità di fermare il tempo; la certezza ogni volta di un nuovo inizio.

Infine, non credo di sbagliarmi se dico che, in ognuno di noi, esiste probabilmente un unico momento rispetto al quale la filosofia dell’eterno ritorno di Baggio non basta, né è mai bastata.
Un tempo diverso, misurato in lunghezza e altezza: 12 iarde fisse e quei 3-4 dannati piedi di troppo. Un istante che semplicemente vorremmo avere il potere di riavvolgere, rifare, rigiocare. Per lui. Perché non può essere andata davvero così, nemmeno nel torrido inferno di Pasadena.

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È solo nostalgia Roby, perdonaci, non fa per te. Né può cambiare le cose.
Sappi però questo, per sempre: non è così che, noi tutti, avremmo voluto che fosse.