La terza storia è certamente la più toccante ed anche la più struggente. L’autore è Alberto, il quale coronerà il suo sogno ma anche quello di Ivan:

Parliamo di un’istituzione per noi nati a metà di quella favolosa decade chiamata “anni ’80”.

Noi tutti, ragazzini senza pensieri, abbiamo provato almeno una volta il tiro “alla Del Piero” e appena la palla girava il paragone era d’obbligo.

Che bello che era.

Poi succede che i ragazzini crescono, cambiano le abitudini, cambiano gli interessi e cambiano vita, ma Lui, Alex, c’è sempre. È sempre lì, a correre su quel maledetto rettangolo da gioco a dipingere traiettorie che ogni volta ti rimandano indietro di 10 anni.

Alex è poesia.

Correva l’anno 2006, io poco più che ventenne con la testa sulle spalle (non sempre, come tutti), il mio più caro amico, quello che io ho sempre considerato un fratello (e mai gliel’ho detto), ha qualche anno in più. Il nostro legame è forte e abbiamo un simbolo tutto nostro che ci rappresenta. È il numero 10 sulle spalle. Il Suo numero.

È la perfezione stilistica.

Era il 2 giugno di quel maledetto anno, in pieno clima mondiale ed era un pomeriggio veramente di fuoco.

Suona il telefono e dall’altra parte della cornetta echeggia un silenzio che mette i brividi.

Ci metti pochi minuti a realizzare che tuo fratello non c’è più.

Realizzi che il mondo è caduto e ti ha schiacciato senza un briciolo di pietà. Realizzi che forse era meglio rimanere bambini e continuare a sognare di essere come il tuo idolo.

Realizzi che la vita non sempre è certezza e che il dolore non conosce unità di misura.

È il giorno del suo funerale.

Io non apro bocca, mi rifugio in me stesso e mi limito a infilare in quella odiosa bara una maglia bianca e nera col numero 10 stampato per sempre sulla schiena.

Alex c’era anche in quella occasione.

Passano i giorni, lentamente, tristemente. Arriva il 4 luglio 2006, 11 anni esatti dal momento in cui scrivo, e la Nazionale gioca a Dortmund la semifinale delle semifinali.

Dopo una giornata passata in ospedale per altre vicissitudini familiari (maledetto 2006) mi chiudo in casa e provo a guardare quella che fino al 104º mi sembra una lenta e inarrestabile agonia.

All’improvviso esce Perrotta ed entra Lui. Mi scende una lacrima.

Forse più di una.

Pochi minuti dopo segna Grosso e sento il paese in cui vivo esultare come non mai.

Io no.

Io non ci riesco.

E non c’è nulla che possa fare a riguardo.

Passano 2 minuti, lo sguardo è perso nel vuoto e lo sconforto continua a prendersi gioco di me, ma io e il mio amico che non c’è più abbiamo un idolo. E la Sua storia calcistica mi ha insegnato che Lui c’è sempre.

E in quella sera non poteva mancare.

Totti riparte in contropiede, serve Gilardino che temporeggia un attimo e la passa a Del Piero, destro a giro (ci mette pure la firma) e la rete si gonfia alle spalle di Lehmann.

Tutto il paese esulta e grida di gioia, com’è giusto che sia, ma in questo caso le mie urla sono più forti, a tratti assordanti e squarciano il cielo.

DEl piero Germania

Corro ad abbracciare mia madre, mia sorella e non riesco a trattenere le lacrime che cadono copiosamente dai miei occhi stanchi ma finalmente vivi.

È proprio questo il momento, Capitano, mi hai salvato.

Ancora una volta.

Ed io ti ringrazio infinitamente.

Ciao Ivan, mi manchi.